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Ci vuole un genio per fare le vere domande- diceva Oscar Wilde- e non a torto, a quanto pare. A giudicare dalla banalità con cui vengono trattate tante questioni che hanno a che vedere con il senso più profondo della vita, con i valori più importanti, pare proprio che questo nostro tempo sia caratterizzato soprattutto per l’assenza di domande.  Domande serie di senso, del perché di certi fenomeni, domande sui valori che dovrebbero informare la nostra vita. Invece abbiamo tante, troppe persone, che hanno per ogni questione una risposta: semplice, sintetica, scontata. E che presume di essere l’unica vera. Lo sport preferito da molti connazionali, mi pare essere quello di non pensare e di affidarsi a mestieranti che pensino anche per loro. In questi non fa breccia alcun ragionamento, per quanto documentato e serio sia, inteso ad avvalorare anche soltanto delle ipotesi, che siano diverse da quelle sostenute dal coro che canta una canzone monocorde. E allora gli stranieri son tutti mascalzoni; i clandestini sono da buttare (a mare) i barboni da rinchiudere in qualche ospizio, le puttane… magari da ammazzare. E pazienza se non sempre si può invocare anche una benedizione.
Il barcone veleggiava, sì fa per dire, verso le coste africane approdo sperato dei viaggiatori stremati, arsi dalla sete, sull’orlo della disperazione. Quei passeggeri, finalmente si sentivano liberi perché avevano potuto, dopo varie e inenarrabili peripezie, salire a bordo di quello scafo che aveva un nome ben augurale: lega degli uomini liberi. Loro ce l’avevano fatta, o almeno così credevano, a lasciarsi alle spalle mesi di stenti, di prigionia, di fame, di persecuzione. E poi erano ferrati in fatto di diritto internazionale.
  Cara Delara Darabi, io non so se tu eri colpevole come ti saresti dichiarata in un primo momento o se la tua ammissione di colpevolezza ti fosse stata estorta, come hai dichiarato in un secondo tempo. Per certo so che nel momento che sei stata condannata a morte, la vittima sei diventata tu e questo mi basta per schierarmi dalla tua parte. Ora poi che la condanna è stata eseguita, dandoti appena il tempo di sussurrare ai tuoi cari, al telefono, che ti stavano impiccando, non posso che rabbrividire. Fino a che esiste una comunità, uno stato, che permette al parente della vittima di passare la corda al collo attorno al colpevole o presunto tale, che ritiene che si debba pagare col sangue della vendetta, un torto ricevuto, non potrò che dissentire. E che questo sia giustificato in nome della democrazia, di un qualche dio o di una ideologia, poco importa. Per me è segno soltanto di barbarie, di una mentalità bacata. Mi auguro che in fondo al tunnel nel quale ti hanno cacciata, nel fiore della tua giovinezza, possa aver trovato un mare di luce, dal quale prenderti la tua rivincita: perdonare quanto ti hanno fatto.
Miguel, è un nome che suona dolce come un claves. E tu eri una persona dolce; forse timida. Certamente eri una persona delicata. Hai trovato la morte in quella che era la tua camera da letto… ai giardini pubblici. Chissà se c’era la luna a guardarti quella sera; se qualche stella ha pianto, vedendoti morire. A me è rimasto l’amaro in bocca, assieme a tanta rabbia dentro, non solo perché sei morto, e questo è già tragico da solo, ma anche perché, tu, come tanti altri, valete meno dei randagi. Per quelli ci si preoccupa. Se serve, quando subiscono dei traumi, si precettano perfino gli psicologi… Delle persone che dormono per strada, in rifugi di fortuna, in case abbandonate, si pensa che in fondo l’hanno scelto, ci sono abituate e anche noi ne abbiamo fatto un’abitudine. Magari, pensandole, facciamo qualche sospiro e poi tiriamo avanti. Come sempre. Io, nella mia impotenza, non riesco a rassegnarmi. Vorrei che il cuore di tanti, le loro intelligenze, vibrassero all’unisono e si indignassero davvero. Che richiedessero a gran voce misure capaci di far fronte a quella che è un’emergenza. E invece si finge che sia una situazione ovvia, una condizione quasi scontata: che i…
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