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Sono nato in un paesino di montagna, Rizzolaga di Piné, in dialetto Ciorlaga, che pare derivi dal romancio cior l’aca, prendere l’acqua, nel 1951. Quindi in anni ancora caratterizzati da una certa diffusa povertà e arretratezza economica, e da una diffusa religiosità polare che informava un po’ tutto il vivere quotidiano.

Secondogenito di cinque, tra fratelli e sorelle, con papà muratore e mamma casalinga, benché ci mancassero molti comfort della vita moderna, non posso assolutamente affermare che la mia sia stata un’infanzia infelice; tutt’altro.
Di quei tempi ho narrato in qualcuno dei miei libri, in particolare in Pan biót e in Reménghi.

Dalla quinta elementare alla terza media sono stato in seminario presso i p. Comboniani a Muralta di Trento.
Terminate le medie ho conseguito un diploma professionale, come meccanico, e quindi sono entrato in fabbrica (la ex Ignis Iret di Trento) dove sono rimasto per dieci anni, facendo anche il sindacalista e il delegato di fabbrica. Quelli in fabbrica, sono anni che mi hanno segnato profondamente.

Nel 1979, a dicembre, mi sono unito a don Dante Clauser, che da poco aveva avviato una casa di accoglienza per barboni in centro città, dopo aver sperimentato lui steso la vita di strada, e l’anno successivo mi sono licenziato dalla fabbrica per impegnarmi a tempo pieno dentro la neonata Cooperativa Punto d’Incontro. Di questa mia esperienza ho parlato diffusamente nel libro edito dal Margine, Punto d’Incontro.
Quest’ultima esperienza ha rappresentato la ragione principale della mia vita fino a quando mi sono pensionato all’inizio del 2011, dopo oltre trent’anni di attività che ho vissuto, non tanto come un lavoro da svolgere, ma come scelta di vita.
A portarmi al Punto d’Incontro, infatti, era stato il desiderio di condividere, per quanto lo possa fare una persona che comunque gode del privilegio di una vita normale (casa, sia pure in affitto e lavoro, quindi il necessario per vivere con dignità), l’esistenza con quanti si trovano ad arrancare nella vita, per le ragioni più disparate.

L’attività svolta al Punto d’Incontro, unita all’incontro e confronto con tantissime persone e realtà di tutta Italia aderenti al CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) e altre ancora, è stata una scuola di vita che mi ha arricchito moltissimo umanamente e di cui sono riconoscente. Così come lo sono nei confronti di quanti, a titolo diverso, sono transitati al Punto d’Incontro: ospiti, volontari, operatori.

Sono stato sposato; ho un figlio ormai grande, Andrea, di cui sono orgoglioso. Attraverso l’esperienza maturata nel contatto quotidiano con i così detti emarginati, oltre che dalla vicissitudini della mia vita, ho imparato che nessuno è perduto definitivamente; che si può, anzi si deve, poter sempre ricominciare e che ogni persona ha il diritto di sentirsi accolta e amata; custodita e incoraggiata; che il Dio di Gesù Cristo non emargina e non esclude mai nessuno; che anche nel dolore possiamo continuare a sperare, se qualcuno si pone accanto a noi in modo disinteressato.
Ho provato a parlarne nel libro Un Dio amico.

Nel 2002, assieme ad altri amici e amiche, ho dato inizio all’ associazione Senza più Confini che opera in un paesino agricolo della Moldavia, Poganesti, sostenendo economicamente le mense della scuola e dell’asilo e con altri interventi.

Attualmente svolgo attività di volontariato in carcere a Trento, dove, assieme a una collega e in accordo con APAS (Associazione Provinciale di Aiuto Sociale) e la Conferenza regionale Volontariato e Giustizia, abbiamo costituito una piccola “redazione giornalistica” con dei detenuti, con l’intento di scrivere su alcune testate di Associazioni e in prospettiva realizzare un giornalino da diffondere dentro il carcere.

Svolgo attività dentro le ACLI trentine, e conto di poter avviare nel prossimo futuro altri progetti.

Andando in pensione, infatti, non ho inteso ritirarmi a vita privata. Sono dell’avviso che è nel dono di se stessi che si cresce in umanità.
Ho sempre amato la letteratura, ma è stato in questi ultimi dieci anni che ho scoperto la passione per lo scrivere, e mi ci sono cimentato con anche qualche momento gratificante.
Non mi reputo uno scrittore in senso stretto; semmai un sorta di artigiano al quale piace scrivere in prosa e in poesia. Se poi, a pochi o tanti, tra quanti mi leggono, piace quanto scrivo, non può che farmi piacere. Significa che tra noi c’è una comunanza di sentire.
Scrivo ciò che mi detta il cuore; la passione per le persone e la loro vita, specie se poveri e indifesi.

A Dio chiedo ogni giorno di farmi dono di un cuore generoso, capace di vera misericordia verso ogni creatura. Che mi faccia sentire come mia ogni ingiustizia perpetrata ai danni di qualunque persona; la libertà di poter dire sempre ciò che penso, senza sudditanza verso nessuno, l’umiltà di saper ascoltare le ragioni altrui, saper accogliere con gioia e gratitudine la vita di ogni giorno, le persone che incontro, poter essere, per quanto posso, segno del suo amore.
Nella galleria fotografica, alcuni momenti salienti del mio percorso di vita fino ad oggi.

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