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Sono forse io il custode di mio fratello?
Sono forse io il custode di mio fratello?

La risposta di Caino a Dio, che in Genesi risuona come rifiuto all’impegno di responsabilità che l’essere parte della stessa umanità, comporta, è la medesima che è risuonata ininterrottamente nel corso della storia e che tutt’ora risuona, talvolta sinistramente, magari ammantata persino da giustificazioni di carattere religioso. Eppure, a ben guardare, siamo geneticamente fatti per l’empatia: quindi costituiti, predisposti per la compassione; per la comprensione e la solidarietà verso i nostri simili. Segno che l’occuparsi della felicità degli altri, è parte integrante del nostro essere uomini e viene prima ancora di ogni teorizzazione etica o morale.

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Nascosta da nero sudario di nubi,

la luna non può più sorridere in cielo;

né cantare, stanotte.

Nasconde smarrita il suo viso,

come madre che piange la prole.

Nicolae, Michail, Mohamed,

solo per dirne qualcuno tra i tanti.

S’arrabattano a morsicare, alla vita,

un tozzo di pane, che spesso è raffermo,

Fuori luccicano infinite vetrine

straripanti di doni ammuffiti

ricoperti di solipsismo sprecone.

Ed è notte.

È più buio e intirizzito il cuore di molti,

che ai giardini, negli anfratti, in case vuote,

le membra di quei figli,

che veglia dall’alto.

Volano corvi

nel cielo ferrigno d’inverno;

paiono, strappi, rattoppi,

in un panno lasciato guastare.

 

Nel vento corrono esili voci

di memorie lontane,

come luci smorzate dal buio.

 

Ora sono preghiera,

domanda;

grido d’ aiuto.

 

Implorano di non  scordare.

 

Di nuovo risuonano passi marziali

di stivali ferrati:

sbandati in angoli oscuri,

coscienze assopite,

genti confuse che stanno

a guardare.

Anche oggi;

come sempre;

… come allora.

 

Il morbo maligno, mortale,

si ammanta con parole d’onore:

sicurezza, giustizia, diritto, decoro.

 

Si diffonde; alligna nel corpo,

nella mente  di tanti.

 

Quanto è scarsa, di breve durata,

la memoria.

Siete rimasti gli unici a dirvi uomini;

uomini soltanto.

Uomini senza alcun altro orpello,

o titoli altisonanti e tronfi.

Uomini soltanto, e basta; come ci ha visti Dio.

Come eravamo tutti, all’alba della vita.

 

E questo ci fa paura…

Guardandovi negli occhi, ci scopriremmo nudi:

fragili, poveri e bisognosi.

 

Allora vi cacciamo via,

verso un qualunque altrove…;

proscritti dalle nostre strade

espulsi dalle città.

Lontani dalla nostra vista;

… lontani anche dal cuore.

 

Noi non vogliamo chiedere!

 

Noi non tendiamo la mano!

 

… Noi, non ne siamo capaci...

 

Abbagliati dai molti beni,

abbiamo indurito il cuore;

per voi non palpita più.

 

Computando la nostra ricchezza,

lesinando sul vostro futuro,

vagheggiamo un domani tranquillo,

recintato, fatto solo per noi.

 

Noi, svuotati recipienti d’umano,

che ingrassiamo la vista

con fasulli luccichii evanescenti,

siamo come conchiglie

che non riecheggiano più il mare.

 

Al seguito dei vostri vuoti fagotti,

andando respinti,

portate ciò che rimane,

della nostra perduta

umanità.

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