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Ultima modifica Venerdì 18 Marzo 2011 11:16
17 apr 2010
Pan biót su L'ADIGE
Scritto da Piergiorgio |
Letto 5712 volte | Pubblicato in Recensioni
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«Pan biót» il Trentino dei nonni

 

Dernavo è l’inesistente paese del Trentino dove si consuma l’intero romanzo che, in realtà, è ambientato anche nei boschi e nelle sue campagne. Il titolo dice già molto: «Pan biót» (pane scusso) Il libro, che ha come sottotitolo «odori e sapori d’infanzia», è pubblicato nella collana I Salici di Montedit (254 pagine, 14 euro) ed il suo debutto in libreria è previsto la prossima settimana.

Lo ha scritto, come una «attestazione di riconoscenza e di affetto ai luoghi, alle persone, agli eventi della mia infanzia», Piergiorgio Bortolotti nella sua veste di autore e non di storico direttore dell’associazione Punto d’incontro. Forse, dato che egli è nato a Rizzolaga di Piné nel ’51 (l’articolista in realtà ha scritto 51 anni fa), riguarda quella zona dell’altopiano ed i suoi dintorni, ma non vi sono certezze anche se qualche amico del tempo potrebbe riconoscere qualcosa di famigliare. Il libro profuma di un tempo che non c’è più, quello in cui la povertà era carica di dignità e di valori. Quello del Trentino pre-turistico (malgrado qualche «sior da fora» compaia già) in cui «molto spesso le divisioni erano più di maniera che di sostanza, anche perché, a parte qualche mosca bianca, quello che univa tutti quanti, era la medesima condizione di povertà materiale». Ma, per dirla con Bortolotti, è ancora quel Trentino in cui «tutta la vita era scandita dai riti religiosi; dalla nascita alla morte, ed il morire rientrava fra gli avvenimenti certi della vita». Non a caso i giovani, a differenza di oggi, facevano a gara nel rendersi disponibili per aiutare il sacerdote: «Per contro- si legge in questa interessante contabilità pseudo religiosa- i funerali fruttavano, al pari dei matrimoni, un ottimo guadagno per i chierichetti, che infatti non perdevano nessuno. La ricompensa era ben di cento lire al botto, contro le centoventi per una settimana di servizio per la messa». Bortolotti, senza apparente nostalgia, pennella un Trentino che gli anziani ricordano bene ma che i giovani ormai ignorano quasi del tutto. È il Trentino delle storie minime (che oggi vogliono valorizzare per costruire una memoria ed un’identità condivisa), di chi è andato e tornato dalla «Merica» o di chi ha semplicemente abbandonato il paese. È il Trentino di chi la vita di montagna l’ha conosciuta e ne ha intuito i ritmi ed assorbito gli eventi. Come l’avvicendamento di un parroco o del maestro di scuola. O la filosofia spicciola degli anziani. O le voci su questo o quell’abitante. E tutto il resto. Sono i tempi di quando non erano necessari i videogame per divertirsi e non c’era internet per scoprire il mondo. Sono i tempi in cui si faceva «filò» ed in cui, anche i più piccoli avevano compiti specifici nella gestione dell’economia di sussistenza famigliare: chi aiutava in casa, chi portava le vacche al pascolo. Sono i tempi in cui erano i vecchi ascoltati da Bortolotti a dire di «ascoltare il grano che cresce», senza bisogno di leggere Tiziano Terzani e le sue (peraltro meravigliose) descrizioni della vita in Asia. Sono i tempi in cui si faceva ancora attenzione a molte cose, perché il cosiddetto «controllo sociale» aveva ancora un significato: «Sapeva – scrive l’autore a proposito di uno degli innumerevoli protagonisti – che il bosco ha molte orecchie e molti occhi e andava rispettato sempre. E un modo per rispettarlo consisteva anche nel non fare rumore o mettersi a far schiamazzi come in piazza. Questa era la modalità di tutti, tranne dei siori, che al contrario amavano fare baccano sempre, con grande disappunto dei locali». Sono i tempi in cui chi esercitava il mestiere più antico del mondo suscitava la curiosità degli adolescenti che, dopo una colletta, potevano ambire ad una sorta di lezione di anatomia. E, ancora, sono i tempi in cui la gomma da masticare i creduloni provavano a farla in modo spaventosamente rudimentale. Ingenuo, quasi: vecchie suole da scarpe bollite nell’acqua assieme allo zucchero. Insomma, un mondo distante quasi anni luce da questa modernità globale e multimediale: «Un mondo- dice Bortolotti- che nel ricordo talvolta mi appare magico, pur non coltivandone un’immagine idilliaca, e con un sapore unico: quello del pan biót. Bisogna averlo desiderato fortemente, come talvolta mi è capitato da ragazzo, per sapere quanto sia buono».

 

Mattia Eccheli

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