Diario minimo
Il mio blog: interventi sull’attualità, sul sociale, sulla politica e sulla vita di tutti i giorni.
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Piovono razzi da una parte e bombe più o meno intelligenti dall’altra. A farne le spese, come accade troppo sovente, sono soprattutto civili e tra loro, vittime del tutto innocenti, i bambini. La diplomazia arranca; le posizioni tra i vari contendenti sono sempre lontane e inconciliabili. Ciascuno è impegnato a segnare quelli che ritiene paletti insuperabili, condizioni imprescindibili, limiti invalicabili per poter ipotizzare una tregua che sarebbe in ogni caso soltanto un silenzio temporaneo delle armi.
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L’iniziativa è partita da un’idea del Gruppo Locale di Trento dell’Istituto Paulo Freire Italia. «La speranza – come recita il comunicato che la promuove - è quella di trovare persone che, a partire dai primi di novembre per almeno dieci giorni, possano vivere almeno una notte e parte del giorno in una microarea abusiva al margini della città di Trento, per essere vicino ad un popolo “dimenticato”». Sono trascorsi ormai tre anni da quanto il Consiglio Provinciale di Trento ha approvato la legge “Misure per favorire l'integrazione dei gruppi sinti e rom residenti in provincia di Trento” (L. P. 12 del 22 ottobre 2009), ma a distanza di tanto tempo non si è ancora concretizzato alcunchè.
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Succede in quel di Levico, in provincia di Trento. Una scolaresca in visita a un cimitero militare riflette sulla pace e la fratellanza in un modo inedito, in altre parole non secondo gli standard abituali che prevedevano una preghiera e anche la benedizione delle tombe; questo su richiesta degli insegnanti per coinvolgere il maggior numero di studenti. Infatti, ci sono andati tutti, stando a quanto ha affermato la dirigente scolastica. Ed è subito polemica.
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«Nel nome di Sua Santità Benedetto XVI, gloriosamente regnante, invocata la Santissima Trinità…» Mentre il servizio televisivo racconta la sentenza comminata dal tribunale ecclesiastico al maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, non posso fare a meno di correre con la mente a quel brano del vangelo (Gv 8, 1-11) nel quale si parla della donna sorpresa in adulterio e portata davanti a Gesù con la richiesta che si pronunci a suo riguardo.
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Pare di assistere alla fiera delle vanità ascoltando ogni giorno le varie ipotesi di premierato che si annunciano in previsione della prossima tornata elettorale. Quando non si parla di premier, si parla di possibili alleanze, quasi che a noi elettori le cose che stanno più a cuore siano queste e non altre. Intendiamoci, entrambe le questioni hanno una loro innegabile importanza; credo però che altre siano le questioni importanti e impellenti delle quali discutere. Personalmente mi piacerebbe sentire parlare di programmi, ad esempio.
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Sono in molti, in queste ore, a ricordare il cardinale Carlo Maria Martini, certamente in maniera migliore di quanto sia in gradi di fare io. L’ho conosciuto soprattutto attraverso i suoi scritti e i suoi interventi che ho sempre apprezzato. Uomo di profonda cultura e spiritualità, non ha avuto timore di affrontare apertamente anche temi che nella Chiesa sono ritenuti indiscutibili, ponendosi in atteggiamento di ricerca, lasciandosi interrogare dalle molte domande che pone il nostro tempo.
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La vicenda dell’ILVA di Taranto che da giorni tiene banco su tutti i giornali, è una vicenda drammatica e contemporaneamente emblematica di un modo paranoico di affrontare situazioni altamente critiche. Pare che l’alternativa posta sia quella tra pane e veleno, quasi che si equivalgano. Se si è arrivati alla situazione attuale, le responsabilità sono ampie e diffuse e non imputabili a un solo soggetto o a una categoria sola di persone.
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I quotidiani trentini di oggi dedicano ampio spazio a tafferugli avvenuti ieri pomeriggio in città tra gruppi d’immigrati. Da come sono stati descritti i fatti, si è trattato certamente di qualche cosa che ha superato ampiamente i limiti, per così dire fisiologici, di taluni comportamenti da parte di persone che vivono ai margini e tante volte nell’illegalità.
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La notizia della liberazione della cooperante Rossella Urru, arriva come un tonico, in questa estate scandita dall’andamento dello spread, dai flop delle borse, dalle polemiche quotidiane tra le varie forze politiche che si rimpallano responsabilità, che tante volte è bipartisan, su quanto non funziona nel nostro Paese. La notizia della sua liberazione è una di quelle che fanno ben sperare, che inducono a riflettere che forse non tutto è perduto, perché rimette al centro della nostra attenzione, per qualche ora, per qualche giorno, un mondo, delle persone, e sono migliaia, che vivono prodigandosi per gli altri.
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Suor Giuseppa (per tutti suor Bepa) è stata una suor a della Carità dell’Istituto “Maria Bambina”. Era nata a Sabbionara d’Avio il 06.12.1928 da una famiglia di contadini con quattro figli: tre femmine e un maschio. Entrò in convento nel 1950, lavorando prima in ospedale per 35 anni, per poi passare alla neonata Casa di Accoglienza Padre Angelo di Trento, centro di accoglienza per ragazze madri.
Se ne è andata in silenzio, come in silenzio, senza tanto rumore, ha vissuto una vita piena, al servizio di tante persone; prima in ospedale e poi presso la casa d’accoglienza “Padre Angelo”. Siamo in tanti a ricordare oggi suor Giuseppa, per noi suor Bepa, nel giorno della sua morte, con animo grato per quanto ha vissuto. È stata una persona che ha saputo dare sapore all’esistenza; la sua e a quella di quanti ha incontrato.
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