Diario minimo
Il mio blog: interventi sull’attualità, sul sociale, sulla politica e sulla vita di tutti i giorni.
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Confessiamolo: la violenza ha un suo sottile fascino che permea le coscienze di molti, anche perché, molto spesso, della stessa, ne abbiamo un racconto puramente astratto che si ferma sulla porta di casa e si materializza attraverso il televisore fra uno spot e l’altro. Non ne abbiamo esperienza diretta, per nostra fortuna. Nel migliore dei casi è oggetto di dibattiti da salotto come avviene in questi giorni in tutti i talk show, al bar o fra gruppi di amici. L’odore acre della polvere da sparo, gli incendi, gli squarci inferti alle abitazioni, le ferite mutilanti dei corpi, lo strazio delle carni, sono tutte cose che non sperimentiamo di persona.
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Confesso che vederli volteggiare nel cielo come degli splendidi rapaci, mi affascinano enormemente e immagino che volarci sia cosa emozionantissima. Ma la mia ammirazione finisce qui. Se penso che sono strumenti di distruzione e di morte, mi si stringe il cuore soltanto a pensarci. I caccia militari che da ieri sorvolano in missione di guerra i nostri cieli, prima di scaricare i loro ordigni di morte dal cielo libico, rappresentano la contraddizione vivente nella quale noi uomini del XXI secolo ci ritroviamo. Si doveva intervenire in Libia? Penso e immagino di sì. Il modo con il quale lo si sta facendo, è davvero l’unico possibile?
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Confesso che faccio una certa fatica a unirmi ai festeggiamenti per il tuo 150° compleanno, caro Paese mio. E non perché non meriti essere festeggiato. Sono orgoglioso di essere italiano, ma allo stesso tempo non mi sento né mai mi sono sentito nazionalista. Al contrario, amo questo mio paese che mi ha dato i natali, proprio perché ho ricevuto da tanti suoi spiriti illuminati una coscienza mondiale e di appartenenza all’intera umanità. Amo il tricolore, ma non quello delle parate militari e neanche quello strumentalizzato in uso sui campi di calcio. Amo i colori della bandiera italiana perché mi ricordano persone e cose che l’hanno fatta bella nel corso degli anni e tutt’ora la rendono attraente per tanti nel mondo.
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Definire terrificanti le immagini che ci raccontano del terremoto e dello tsunami che ha colpito il Giappone, penso sia ancora riduttivo. Talvolta ci mancano perfino le parole per poter definire in modo appropriato quanto accade, ed è difficile sottrarsi a domande profonde di senso circa il vivere su questo pianeta. Forse dobbiamo ammettere umilmente, con il sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, che davvero non siamo sovrani sulla Terra. Riconoscere questo non significa abbandonarsi a un sentimento di tipo fatalistico, ma molto più semplicemente imparare a guardare con occhi meno presuntuosi alla natura e alle necessità che da uno sguardo meno rapace nei suoi confronti ne discendono.
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Sarà una riforma epocale, promette, Berlusconi, rilanciando la riforma della giustizia, modello Alfano. Poi vai a vedere, leggendo quanto è possibile leggere al riguardo e, senza essere uno specialista, ti accorgi che si tratta della solita minestra riscaldata; la riproposizione di modelli che hanno come centro nevralgico il depotenziamento dell’indipendenza della Magistratura, una limitazione dei suoi poteri e, soprattutto, la costituzione di un modello di giustizia ad usum Delphini.
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Quello che sta avvenendo nel mondo arabo, somiglia tanto a un’onda inarrestabile, i cui effetti finali, sono di difficile interpretazione e valutazione. Anche se lo scenario internazionale è diverso e le ragioni da cui ha origine la rivolta affondano in motivazioni in parte diverse, credo tuttavia che non sia del tutto improprio paragonare quanto sta accadendo oggi, a quanto avvenuto nell’89 nei paesi dell’Est.
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È avvenuto un cambiamento antropologico nel popolo italiano? Anche ad uno sguardo superficiale parrebbe di sì. Ci siamo trasformati in ruminanti. Di questi, però abbiamo fatta nostra soltanto una caratteristica: quella della sommaria masticazione e del convogliamento nel primo compartimento gastrico. A differenza dei ruminanti, infatti, non rigettiamo il cibo in bocca, per una seconda e più accurata masticazione.
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Risuona di città in citta
un grido
che impegna a risposta
immediata: adesso!
Adesso, vogliamo cambiare!
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Cari Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia, della vostra morte atroce e assurda, siamo tutti colpevoli. Le nostre lacrime, anche se sincere, non ci assolvono, se abbiamo potuto farvi vivere nel degrado di un campo, con per casa una baracca. Per qualche ora, e forse per qualche giorno, si parlerà della tragedia della quale siete stati vittime innocenti e noi, novelli Erode, a proclamare che quanto è avvenuto è stato orribile; che non doveva assolutamente accadere.
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Perché le notizie dall’estero – è triste doverlo ammettere, ma è così e non da oggi – abbiano una qualche rilevanza sui nostri media, devono avere come cifra che le connoti, almeno qualche decina di morti ammazzati. Quanto succede di questi tempi in casa nostra è certamente degno di attenzione, però questo non dovrebbe esimerci dal saper gettare oltre la nostra siepe di casa il nostro sguardo.
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