Questa nostra generazione non è meno colpevole di quelle del passato che si trovarono a vivere tragedie delle quali noi facciamo memoria,
domandandoci (ipocritamente?) come sia stato possibile che siano accaduti fatti spietati e atroci quali quelli che periodicamente ricordiamo a danno di minoranze o appartenenti a gruppi etnici e religiosi oggetto di persecuzione per il solo farne parte. Fatichiamo, giustamente, a darci spiegazione di quei crimini e ci interroghiamo perché siano potuti accadere; dove risiedano le responsabilità e magari ci domandiamo pure cosa avremmo fatto se fossimo vissuti allora. Sono tanti i luoghi della memoria che da migliaia di persone sono visitati ogni anno, così come sono tante le tragedie che commemoriamo ripetendoci che non devono più accadere... Invece siamo qui a viverne altre e ci accapigliamo nel contenderci la denominazione più corretta da usare per definirle. A cosa servono i propositi fatti in passato, la conoscenza della storia che ha portato alle persecuzioni e alle tragedie del passato, se non ci rendono, oggi, più vigili, più attenti e decisi nel contrastare quanti rinnovano gli stessi orrori mandando a morte migliaia di innocenti, mossi, i persecutori di oggi come quelli di ieri, da motivazioni di potere, di vendetta, di supremazia e disprezzo delle vittime definite meno che esseri umani? Colpisce direttamente al cuore constatare che i persecutori di oggi, per quanto riguarda la popolazione palestinese, siano discendenti diretti o indiretti dei sopravvissuti alla Shoah ; come è possibile? E come è possibile che i governanti dei nostri paesi, che tanto amano definirsi rappresentanti della culla della civiltà e del diritto, non avvertano l'urgenza di uscire dalle schermaglie diplomatiche per assumere con determinazione la difesa di chi sta morendo sotto le bombe e di fame? Oggi noi sappiamo cosa sta succedendo in quei territori e a livello internazionale avremmo a disposizione tutti gli strumenti atti a intervenire per porre fine al massacro in atto... ma traccheggiamo. In futuro, è da supporre che si leveranno inevitabili, per quanto tardivi, ammonimenti; magari saranno anche allestiti musei e mostre e proposto l'ascolto di testimonianze di vecchi sopravvissuti. Piangeranno i nostri nipoti, mescolando le loro lacrime a quelle che non sono più capaci di piangere oggi i bambini palestinesi traumatizzati, amputati e ridotti a scheletri perché impossibilitati a sfamarsi di cibi che marciscono a poche centinaia di metri da dove stanno soccombendo