Piergiorgio
Iscrizione al blog
Ricevi le notifiche via email quando un nuovo intervento viene aggiunto in questo blog.Galupo K2_UNPUBLISHED
Il tuo incedere
solenne,
le penne al vento,
quelle della coda,
e dietro,
come ancelle,
le galline,
dicevano di te
più del tuo nome.
Eri temibile
per noi cuccioli
d’uomo
e facevamo a gara
nel distrarti,
scompaginando
ogni giorno
il tuo cammino,
giocando a sorte
quale strada
fare,
per non incrociarti
sul sentiero,
portandoti
il mangime
che t’era ghiotto
A volte ci riusciva
la scommessa;
tal altra eri tu
che ci puntavi,
ferendoci
nel corpo
con tenzone
Poi venne il dì
dell’ultimo contrasto;
finisti a terra,
il collo torto,
con le galline
a piangerti
per morto.
Or timorose
per la loro sorte
non più difese,
com’ era
da gran tempo,
da quell’azzardo
minaccioso
in firmamento.
Rivo K2_UNPUBLISHED
Scorrevi,
lento e giocoso,
all’ombra degli ontani,
là, in mezzo al prato;
ed io,
sulle tue sponde a cavalcioni,
gigante mi sentivo,
e un poco mago.
Dell’acque tue mi dissetavo,
cogliendole con mani sporche,
insudiciate per il gioco.
E in questo modo,
l’amicizia nostra,
io cementavo.
Malori K2_UNPUBLISHED
Ero come
un piccolo micio
che fatica a camminare
da solo;
che zampetta impacciato,
scivolando un po’ sghembo
Un piccolo, fragile,
gracile micio:
a cui mancava Qualcosa…
… per scorrazzare festoso,
alla scoperta del mondo.
Con poco mi schiantavo:
un rimprovero, una carezza
travisata;
un sussurro vigoroso.
E allora mi staccavo dal suolo…
planando sopra cieli di luce…
Nessuno mi poteva seguire;
neppure lo sgomento,
dipinto sul viso
dei miei genitori,
quando riprendevo colore.
Ma agli dei fui caro
per burla…
Forse volevano,
soltanto impaurire,
chi mi cresceva
con amore.
O forse,
ed è la cosa più vera,
il cibo spoglio di allora,
non bastava a nutrire
il fragile micio che ero.
8 gennaio 1951 K2_UNPUBLISHED
Mi ha generato una terra
scarsa;
a tratti aspra,
rubata con fatica,
nel tempo,
alla montagna.
Era un giorno imbiancato;
un giorno di freddo,
con poco fuoco
a scaldarmi;
e mia madre.
Con mio padre salito
in montagna,
a far legna,
per avere di che attizzare
e donarci sollievo; tepore,
dentro quell’umile stanza,
che assieme alla cucina,
era il nostro castello.
I miei primi vagiti,
li attutì la neve,
che fuori,
lievitava come una pasta di pane…
Un pane grande,
che avvolgeva le case,
tutto attorno,
cantando per me,
ninna nanna.
Ciorlaga (al mio paese natale) K2_UNPUBLISHED
Sdraiata
supina,
quasi monello
stanco
del gioco,
hai i piedi
infilati
nell’acqua
del lago.
Ti circonda gioioso,
con tenero
abbraccio,
il Monte
alle spalle.
Nelle case
palpita
con forza
il tuo
Cuore.
Monica K2_UNPUBLISHED
Somiglia per aspetto e portamento,
e qualche suo corrugamento,
a Dama pre rinascimento.
Quando cantavan nelle corti antiche,
i cavalieri dell’amor cortese,
alle lor dame un po’ rincretinite,
nascoste dietro torri e banderese.
Somiglia anche,
per stare sul moderno,
alla professoressa di latino,
che interrogava con cipiglio aspro,
ma nascondendo un certo turbamento.
Sorride da dietro l’ampia scrivania,
mentre ti parla affabile e sicura,
e ,come il ragno fa con la sua preda,
ti mostra, “ad hominem”, che ha ragione lei:
che il sole scende per levante e non ponente,
a salvaguardia del suo di committente.
E poi ti chiede, con intenerimento,
che cosa sia quel tuo rivolgimento.
Per consolarti, e darti tregua, un sol momento,
si finge vinta, ma approfondisce ulteriormente l’argomento.
Per dare un nome ai turbamenti suoi,
cerca di leggere nei sentimenti altrui.
Immaginando qualche affanno,
dovuto al tempo o ad altri guai,
metafora per gli altri e anche per lei.
Sintonizzarsi con chi ci sta di fronte,
è cosa ardua, quasi una catarsi,
e in questo, lei, non è una principiante.
Io credo con certezza,
e me lo dice degli occhi suoi la compitezza,
tracciare con rigo rosso, sul diario,
la soluzione di un caso disperato,
gesto furtivo e fatto con destrezza,
sia per la Monica, la meglio contentezza.
Autoritratto K2_UNPUBLISHED
Due gocce di cielo
perse dentro un cespuglio
di peli irridenti.
Sorriso sornione
alle volte:
più spesso
sembianze seriose
o che paiono tali.
So esploder di gioia,
talvolta
o piangere anche,
ma questo in tono
minore.
Sono timido
in fondo,
anche se appaio
sicuro.
Dentro me
si agita
un bimbo.
Madonna Laetitia K2_UNPUBLISHED
Di gioia intima
e serena,
pare fattrice,
e non v’è occhio
che non veda,
quanto si addica a lei
il nome che la
segna.
Incede con passo
altero e signorile,
celando
sembianze
da bambina,
dietro quell’aria
un po’ dottoreggiante,
che non la fa diversa,
ma invece più vicina,
a chi soccorre,
non solo per dovere,
ma per un intimo
convincimento
che la muove.
Verrebbe a voglia,
talvolta,
io ne sono certo,
di pizzicarla
su quelle rosee gote,
per misurare
quanto sia per vera
e certa,
e non di celluloide
quale pare
a volte.
Io K2_UNPUBLISHED
Duro,
qualche volta,
come crosta
di lava
rappresa,
sopra
antiche ferite.
Spigoloso,
come felce
tagliente
son io.
È difficile certo
l’amarmi,
ma è di ciò
che ho bisogno.
A don Dante K2_UNPUBLISHED
Tutto somiglia, nel ricordo,
a quel che capita,
quando ci si innamora.
Non so se fosse scritto in cielo,
oppure altrove,
tra stelle perse
nell’ampio firmamento.
Tu, come il mare che non ha limiti,
se non sull’altra sponda,
ed io che somigliava,
a un semplice ginepro di montagna;
con poche bacche
e tante spine al vento.
Quel che cercavo,
mi stava ora di fronte:
in quel rifugio di fortuna,
nella tua barba da profeta antico,
nel tuo sorriso buono e scanzonato,
nell’ampia cerchia di fratelli,
che rosicchiavano alla vita
l’avventura.
Fu intesa subito,
ad abbracciare il sogno
che era pur grande,
e mai del tutto detto;
solo intuito.
A tratti praticato con sgomento,
e tanta gioia semplice nel cuore,
e anche inconsapevole cimento.
Il camminare tuo, ora, è più lento.
La vita ti ha provato in ogni cosa.
A tratti, somigli un poco agli alberi
squassati da tormenta,
inerpicati su per alta roccia,
che paiono sfidare ancora il tempo.
E come quegli alberi forse ti cruccia,
nell’intimo del cuore, ugual tormento:
sentirsi ancora utili a qualcosa.
E questa è solitudine davvero,
affatto sterile, anche se dura.
Purché coltivi la memoria del futuro,
la vita spargerà in abbondanza,
i frutti seminati con fatica,
in questo autunno
che è per te la vita.
Io ti conosco poco, al par di ogni uomo:
ti ho visto piangere, gioir davvero,
ed arrabbiarti anche, perché sei vero.
Conosco di te una cosa certa:
la generosità che si fa dono.
E un limite, che ti fa fragile,
nel tuo apparire senza bisogno,
mentre dissimuli,
sotto una dura scorza,
una domanda antica come l’uomo:
l’esser amato per davvero
da qualcuno.








