L’invocazione in lingua aramaica è antica e ricorre nella prima lettera ai Corinzi.
Si ritiene fosse una invocazione, una preghiera forse inizialmente usata come attesa per il ritorno immaginato vicino del Signore Gesù Cristo, ma poi utilizzata anche nella celebrazione eucaristica. Significa il Signore è venuto o viene oppure Signore, vieni. Il giorno di Natale, a seconda della messa alla quale si partecipa, è possibile ascoltare un brano del vangelo di Luca, a quella di mezzanotte e dell’aurora, oppure il prologo del vangelo di Giovanni a quella del giorno. Comunque sia ciò che la liturgia pone alla nostra riflessione è la memoria di una avvenimento importante, fondamentale per chi si definisce cristiano, ovvero il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio; il suo essersi fatto uno come noi, l’aver assunto l’umanità in Gesù di Nazareth. Memoria di qualcosa di avvenuto ma al contempo, e forse questo è meno sottolineato, l’attesa del suo ritorno. Noi guardiamo al passato ma con lo sguardo rivolto al futuro. Non siamo invitati tanto a un rito nostalgico di qualcosa di cui non siamo stati testimoni in prima persona, quanto ad assumere la radicalità di quell’evento che ha cambiato la nostra storia perché il Dio che conoscevamo in modo confuso e impreciso, nel volto di un uomo come noi, Gesù di Nazareth, ha voluto parlarci di lui, dirci, non tanto chi è ma come agisce perché noi potessimo a nostra volta, tenendo fisso lo sguardo su di lui, aprirci alla novità di vita alla quale sempre Dio ci invita e ci offre di poter accedere così da diventare suoi figli. Come si è incarnato in Gesù, Dio in modo analogo offre a noi di poterci divinizzare, tramite il figlio e divenire creature splendide, abbandonando in modo radicale il vestito logo e stracciato del nostro uomo vecchio segnato dal peccato. Allora, con questo spirito possiamo e dobbiamo anche noi ripetere, come i credenti degli inizi, con fede, Maràna tha, vieni Signore Gesù!
Buon Natale di pace e serenità!