A giudicare da tanti fatti di cronaca, sembrerebbe che l'Italia stia scivolando sempre più verso un incremento della violenza verbale e fisica nei rapporti tra le persone.
Certamente in questa percezione, condivisa da molti, c'è indubbiamente del vero, ma c'è anche—e fa la differenza—un certo modo di raccontare da parte dei media in generale e di determinate rubriche giornalistiche e televisive: un'indulgenza verso l'enfatizzazione di avvenimenti e situazioni, con un'insistenza talvolta disgustosa su particolari che non aggiungono nulla al dovere di informare su una determinata vicenda. Non c'è da meravigliarsi, pertanto, che come esito di questo malcostume fiorisca il fenomeno—tanto non costa un centesimo a chi lo pratica—dei cosiddetti leoni da tastiera che sui social o nei commenti agli articoli si auto-nominano giudici, poliziotti e boia. Probabilmente questo malcostume è sempre esistito: pontificare su tutto e tutti, magari senza alcuna conoscenza di merito, anzi facendo leva sulla propria ignoranza vantandola come merito. Solo che oggi, attraverso gli strumenti disponibili, chiunque può raggiungere platee molto più numerose. Accade così come in uno specchio d'acqua quando si lancia un sasso: i cerchi concentrici creano l'illusione—ma quanto reale?—che si tratti di una maggioranza che la pensa in un determinato modo. È risaputo che il riprovevole ha talvolta un deleterio fascino, specie per coloro che soffrono di privazioni e ingiustizie, ai quali un parlare dall'apparenza risolutiva può sembrare offrire soluzioni rapide. Ciò che più deve interrogare e allarmare è constatare che in un contesto sociale come l'attuale—che richiederebbe una classe dirigente all'altezza dei numerosi problemi da risolvere—prevalga invece una classe politica di infima qualità, capace soprattutto di farsi cassa di risonanza dei peggiori istinti che abitano il cuore delle persone. Esempi ce ne sarebbero molti; ne basti uno di questi giorni, eclatante e rivelatore del pensiero che anima gli attuali governanti. Una sentenza di tribunale ha stabilito che è reato uccidere qualcuno, anche se ti ha derubato, se non rappresenta un pericolo vero e attuale. In altri termini: la vita di una persona—anche quella di un delinquente—vale molto più di denaro e beni materiali. Loro, i difensori del "ciò che è mio, guai a chi lo tocca!", la pensano diversamente: chiedono la grazia per chi ha ucciso, ma sono pronti a mettere il cappio al collo a chiunque non sia loro gradito, specie se povero e soprattutto straniero, magari nero, per reati di poco conto o addirittura inesistenti. Ipocriti!
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