La natura ricomincia il suo risveglio primaverile. Lo annunciano le prime gemme che timidamente spuntano sugli alberi, i fiori in altre piante, l’erba che rinverdisce e i trilli degli uccelli all’alba.
È un annuncio di vita, di rinascita. Soltanto noi umani, noi che ci riteniamo i più evoluti e intelligenti tra gli animali, guardando attorno e anche guadandosi dentro tante volte, sembra che non riusciamo a scrollarci di dosso il lungo sonno dell’inverno della ragione. Sì, perché cresce la temperatura della violenza verbale, delle incomprensioni tra le persone e, tra i governanti, la convinzione che pace la si possa promuovere ricorrendo alla guerra. Siamo sommersi da proclami, dibattiti, articoli di giornale volti a convincerci della necessità di armarsi sempre più e sempre meglio del nemico attuale o futuro, reale o immaginario che sia. Siamo ancora al vecchio e stramaledetto si vis pacem para bellum. Le tragedie del passato e il pericolo incombente di possibili tragedie mai prima sperimentate, quali il ricorso all’arma nucleare, pare non abbiano insegnato alcunché né reso più saggi i reggitori dei popoli. Eppure sappiamo bene che alla base di ogni guerra, sfrondata da ogni retorica e giustificazione di comodo stanno solo due cose: il desiderio di potere e le ricchezze materiali o di altro genere. Non c’è nessun altra ragione per fare ricorso alla guerra e il prepararsi attraverso la rincorsa ad armamenti sempre più sofisticati e micidiali a possibili paventati conflitti è già ritenere che non esistano altri modi per risolvere contenziosi di qualunque genere. Non si crede e non ci si attrezza alla gestione nonviolenta di conflitti che possono insorgere. Si dà per scontato che gli altri – il nemico – sia comunque mosso da volontà malvagia e pertanto affrontabile soltanto con le armi. Per sostenerlo si fa ricorso ad avvenimenti del passato e nel frattempo si demoliscono luciferinamente tutti quei sistemi a carattere sovranazionale pensati appositamente per dirimere controversie e conflitti che possono insorgere. È risaputo che quando scoppia una guerra a deciderla sono poche persone, che a farla sono altre persone e a sopportarne i costi in termini umani e materiali sovente civili che neanche combattono. Eppure tutto questo è ritenuto del tutto normale, mentre pagare il prezzo di una resistenza non armata appare ai più impraticabile e non foriera di risultati apprezzabili. Siamo davvero dei coglioni a pensarla così e doppiamente ingenui, facilmente manipolabili da chi, per le ragioni più diverse ha interesse a continuare a farci credere che ammazzandoci a vicenda avremo modo di ristabilire la giustizia e la … Pace. Ovunque nel mondo, anche negli attuali paesi in guerra, esistono movimenti, aggregazioni di persone e singole persone che non hanno rinunciato a credere che la guerra sia cosa oscena e che si battono per promuovere la pace e la riconciliazione tra le persone oggi in conflitto. Sono minoranze delle quali nemmeno si sente parlare, così come degli obiettori che affrontano il carcere o anche punizioni peggiori per non arruolarsi. Sono come i prodromi di primavera di cui abbiamo parlato all’inizio. Sono visibili soltanto a quanti coltivano nel cuore il sogno di Isaia e hanno occhi limpidi per credere che davvero sia possibile “forgiare le spade in vomeri, le lance in falci; non alzare più la spada di un popolo contro un altro popolo, e non esercitarsi più nell'arte della guerra”. Per renderlo possibile questo unico sogno capace di renderci davvero umani, bisogna crederci e operare fattivamente per realizzarlo.